30Ott

Psicologia di una Crisi (seconda parte – stati mentali)

Psicologia di una Crisi (seconda parte – stati mentali)

Articolo tradotto

Durante un disastro, le persone possono provare una vasta gamma di emozioni. Le barriere psicologiche possono interferire con la cooperazione e la risposta del pubblico. Chi comunica nella crisi dovrebbe aspettarsi determinati modelli di funzionamento, come descritto di seguito, e comprendere che questi modelli influenzano la comunicazione. Ci sono una serie di barriere psicologiche che potrebbero interferire con la cooperazione e la risposta del pubblico. Un comunicatore può mitigare molte delle seguenti reazioni riconoscendo questi sentimenti con le parole, esprimendo empatia ed essendo onesto.

Incertezza

Sfortunatamente, ci sono più domande che risposte durante una crisi, soprattutto nei primi momenti. Durante questo periodo di tempo, l’intera portata della crisi, la causa del disastro e le azioni che le persone possono intraprendere per proteggersi potrebbero non essere chiare. Questa incertezza sfiderà anche il più grande comunicatore.

Per ridurre la loro ansia, le persone cercano informazioni per determinare le loro opzioni e confermare o disconfermare le loro convinzioni. Possono scegliere una fonte di informazioni familiare rispetto a una fonte meno familiare, indipendentemente dall’accuratezza delle informazioni fornite. Possono scartare le informazioni che sono angoscianti o travolgenti.

A molti comunicatori e leader è stato insegnato a sembrare fiduciosi anche quando sono incerti. Sebbene questo possa ispirare fiducia, esiste un potenziale di eccessiva sicurezza, che può ritorcersi contro. È importante ricordare che l’obiettivo non è un pubblico troppo rassicurato: una dose sufficiente di preoccupazione, aiuta a restare vigili e a prendere tutte le giuste precauzioni.

Riconosci l’incertezza. Riconosci ed esprimi empatia per l’incertezza del tuo pubblico e condividi con loro il processo che stai utilizzando per ottenere maggiori informazioni sulla situazione in evoluzione. Questo aiuterà le persone a gestire la loro ansia. Sarebbe opportuno usare affermazioni del tipo: “Non posso dirti oggi cosa causa la morte così improvvisa delle persone nella nostra città, ma posso dirti cosa stiamo facendo per scoprirlo. Ecco il primo passo …

Dì loro:

  • Quello che sai.
  • Quello che non sai.
  • Quale processo stai utilizzando per ottenere risposte.

Anche se è auspicabile sperare in determinati risultati, spesso non è possibile promettere che si verificheranno. Invece di offrire una promessa al di fuori del proprio controllo assoluto, come “prenderemo le persone malvagie che hanno fatto questo“, si dovrebbe promettere qualcosa di cui si può essere certi che si potrà realizzare, come, ad esempio: “stiamo facendo di tutto per catturare i cattivi, o fermare la diffusione della malattia, o prevenire ulteriori danni causati dalle inondazioni“.

L’ex sindaco di New York City Rudolph Giuliani ha ragguardito: “Prometti solo quando sei positivo. Questa regola sembra così ovvia che non la menzionerei a meno che non vedessi i leader infrangerla regolarmente“. Un pericolo all’inizio di una crisi, specialmente se si è responsabili della risoluzione del problema, è promettere un risultato al di fuori del proprio controllo. Non va mai fatta una promessa, non importa quanto sincera, a meno che non sia in tuo potere assoluto mantenerla.

Paura, ansia e terrore

In una crisi, le persone della propria comunità possono provare paura, ansia, confusione e un intenso terrore. In quanto comunicatori, il lavoro non è cercara di far sparire questi sentimenti. Invece, si potrebbero riconoscere con una dichiarazione di empatia. Si possono usare affermazioni del tipo “non abbiamo mai affrontato nulla di simile prima nella nostra comunità e può essere spaventoso“.

La paura è un’importante considerazione psicologica nella risposta a una minaccia. Vanno tienuti a mente i seguenti aspetti della paura:

■ In alcuni casi, una minaccia percepita può motivare e aiutare le persone a compiere le azioni desiderate.

■ In altri casi, la paura dell’ignoto o la paura dell’incertezza possono essere le risposte psicologiche più debilitanti ai disastri e impedire alle persone di agire.

■ Quando le persone hanno paura e non dispongono di informazioni adeguate, possono reagire in modo inappropriato per evitare la minaccia. I comunicatori possono aiutare descrivendo una valutazione accurata del livello di pericolo e fornendo messaggi di azione in modo che le persone colpite non si sentono impotenti.

Disperazione e impotenza

Evitare la disperazione e l’impotenza è un obiettivo di comunicazione vitale durante una crisi.

La disperazione è la sensazione che nessuno possa fare nulla per migliorare la situazione. Le persone possono accettare che una minaccia sia reale, ma quella minaccia può incombere in modo così forte da far sentire la situazione senza speranza.

L’impotenza è la sensazione che le persone hanno di non avere il potere di migliorare la propria situazione o di proteggersi. Se una persona si sente incapace di proteggersi, può ritirarsi mentalmente o fisicamente.

Secondo la ricerca psicologica, se i membri di una comunità, durante una crisi, lasciano crescere in modo incontrollato i loro sentimenti di paura, ansia, confusione e terrore, inizieranno a sentirsi senza speranza o impotenti. Se ciò accade, essi saranno meno motivati ​​e meno capaci di intraprendere azioni di autotutela.

Invece di cercare di eliminare le risposte emotive di una comunità alla crisi, bisognerebbe aiutare i membri della comunità a gestire i loro sentimenti negativi impostandoli su una linea di condotta adeguata. Agire durante una crisi può aiutare a ripristinare un senso di controllo e superare i sentimenti di disperazione e impotenza. Aiutare le persone a sentirsi autonome e con il controllo di almeno alcune parti della propria vita può ridurre la paura.

Per quanto possibile, è opportuno consigliare alle persone di intraprendere azioni costruttive e direttamente correlate alla crisi che stanno affrontando. Queste azioni possono essere simboliche, come alzare una bandiera o preparatorie, come donare sangue o creare un piano familiare.

Negazione

La negazione si riferisce all’atto di rifiutare di riconoscere un danno imminente o un danno che si è già verificato.

La negazione si verifica per una serie di motivi:

■ È possibile che le persone non abbiano ricevuto informazioni sufficienti per riconoscere la minaccia.

■ Possono presumere che la situazione non sia così grave come è in realtà perché non hanno sentito gli avvertimenti più recenti, non hanno capito cosa è stato detto loro o hanno sentito solo una parte di un messaggio.

■ Possono aver ricevuto messaggi su una minaccia ma non hanno ricevuto messaggi di azione su come dovrebbero rispondere alla minaccia.

■ Possono ricevere e comprendere il messaggio, ma si comportano come se il pericolo non fosse così grande come gli viene detto. Ad esempio, le persone possono stancarsi di evacuare per minacce che si dimostrano innocue, il che può indurre le persone a negare la gravità delle minacce future.

Quando le persone dubitano che una minaccia sia reale, possono cercare ulteriori conferme. Con alcune comunità, questa conferma può comportare fattori aggiuntivi, come:

■ La necessità di consultare leader o esperti della comunità per opinioni specifiche (non sempre attendibili ndt).

■ Il desiderio di sapere prima come reagiscono gli altri.

■ La possibilità che il messaggio di avvertimento della minaccia sia così lontano dall’esperienza della persona che lui o lei semplicemente non riesce a capirlo o sceglie semplicemente di ignorarlo.

La negazione può, almeno in parte, essere prevenuta o affrontata con una comunicazione chiara e coerente da una fonte attendibile. Se il pubblico riceve e comprende un messaggio coerente da più fonti attendibili, sarà più probabile che creda a quel messaggio e agisca in base a esso.

E il panico?

Contrariamente a quanto si può vedere nei film, le persone raramente agiscono in modo completamente irrazionale durante una crisi. Durante un’emergenza, le persone assorbono e agiscono sulle informazioni in modo diverso dalle situazioni non di emergenza. Ciò è dovuto, in parte, al meccanismo di lotta o fuga.

La spinta naturale a intraprendere un’azione in risposta a una minaccia viene talvolta descritta come risposta di lotta o fuga. Le emergenze creano minacce alla nostra salute e sicurezza che possono creare grave ansia, stress e la necessità di fare qualcosa. L’adrenalina, un ormone primario dello stress, si attiva in situazioni minacciose. Questo ormone produce diverse risposte, tra cui aumento della frequenza cardiaca, vasi sanguigni ristretti e passaggi d’aria espansi. In generale, queste risposte migliorano la capacità fisica delle persone di rispondere a una situazione minacciosa. Una risposta è fuggire dalla minaccia. Se la fuga non è un’opzione o è esaurita come strategia, viene attivata una risposta al combattimento. Non si può prevedere se qualcuno sceglierà il combattimento o la fuga in una data situazione.

Queste reazioni razionali a una crisi, in particolare quando si trovano al limite della risposta di lotta o fuga, sono spesso descritte, dai media, erroneamente come “panico”. I funzionari possono essere preoccupati che le persone esperiscano collettivamente il “panico” ignorando le istruzioni ufficiali e creando caos, in particolare nei luoghi pubblici. Questo è improbabile.

Se le risposte ufficiali descrivono i comportamenti di sopravvivenza come “panico”, alieneranno le persone. Quasi nessuno crede di essere in preda al panico perché le persone comprendono il processo di pensiero razionale dietro le loro azioni, anche se quella razionalità è nascosta agli spettatori. Invece, i funzionari dovrebbero riconoscere il desiderio delle persone di adottare misure protettive, reindirizzarle alle azioni che possono intraprendere e spiegare perché il comportamento indesiderato è potenzialmente dannoso per loro o per la comunità. I funzionari possono fare appello al senso di comunità delle persone per aiutarle a resistere ad azioni indesiderate incentrate sulla protezione individuale.

Inoltre, la mancanza di informazioni o informazioni contrastanti da parte delle autorità rischia di creare maggiore ansia e disagio emotivo. Se si inizia a nascondere o nascondere le cattive notizie, si aumenta il ​​rischio di un pubblico confuso, arrabbiato e poco collaborativo.

Copertura mediatica della crisi e potenziali effetti psicologici

La maggior parte di noi tende ad avere reazioni psicologiche ed emotive più forti a una crisi se è provocata dall’uomo o imposta. Questi tipi di crisi tendono anche ad avere una maggiore visibilità mediatica. I media mostrano spesso immagini negative ripetute, come le seguenti:

■ Persone che stanno morendo o in difficoltà.

■ Persone a cui manca cibo e acqua .

■ Animali che sono stati abbandonati, feriti o coperti d’olio .

■ Paesaggi, come edifici crollati, case allagate o petrolio che galleggia sull’acqua.

Coloro che sono indirettamente colpiti dalla crisi attraverso l’esposizione dei media possono personalizzare l’evento o vedersi come potenziali vittime. Ad esempio, l’11 settembre 2001, gli adulti hanno guardato una media di 8,1 ore di copertura televisiva e i bambini hanno guardato una media di 3,0 ore. Diversi studi mostrano che la quantità di tempo trascorsa a guardare la copertura televisiva e il contenuto grafico degli attacchi a l’11 settembre è stato associato con un aumento del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e dei sintomi di depressione clinica. Questo era vero anche per coloro che erano lontani dai luoghi del disastro (tramuatizzazione vicaria mediata ndt). Inoltre, coloro che sono stati direttamente colpiti dagli attacchi e hanno guardato più copertura televisiva avevano tassi più elevati di sintomi di disturbo da stress post-traumatico e depressione rispetto a quelli che non lo hanno fatto.

Mentre pianifichi la tua strategia di comunicazione, ricorda che anche le persone non direttamente colpite da un’emergenza possono avere notevoli effetti psicologici. La comunicazione mirata a loro dovrà inoltre utilizzare principi di comunicazione del rischio di emergenza e di crisi.


Fonte: C.D.C., (2019, update), “CERC: Psychology of a Crisis“, U.S. Department of Health & Human Services

20Ago

Lavoro isolato: proteggi chi lavora da solo

Alcune indicazioni, con un doppio punto di vista (sia da parte del datore che del lavoratore), per proteggere chi si trova a lavorare da solo. Mai come in questo periodo è prioritario mettere in campo azioni semplici ma efficaci per tutelare la salute e la sicurezza di chi lavora in “smartworking”. Non solo, forse è necessario riflettere maggiormente su chi si è sempre trovato a dover lavorare in isolamento a causa delle caratteristiche del lavoro stesso.

1. Panoramica

In qualità di datore di lavoro, devi gestire tutti i rischi per la salute e la sicurezza prima che le persone possano lavorare da sole. Questo vale per chiunque abbia un contratto nei tuoi confronti, compresi i lavoratori autonomi.

I lavoratori isolati sono quelli che lavorano da soli senza una supervisione stretta o diretta, ad esempio:

  • come autisti, operatori sanitari o ingegneri:
  • come personale di sicurezza o addetto alle pulizie;
  • nei magazzini o nelle stazioni di servizio;
  • da casa.

Ci saranno sempre maggiori rischi per i lavoratori isolati senza supervisione diretta o per chiunque li aiuti se le cose vanno male. Molti di loro sono esposti a rischi stradali legati al lavoro.

2. Gestisci i rischi del lavorare da solo

Ai sensi della normativa sulla gestione della salute e sicurezza sul lavoro, è necessario gestire il rischio per i lavoratori isolati (n.b.: accertati sempre di fare riferimento alla versione più aggiornata della legge di riferimento del tuo paese).

Pensa a chi sarà coinvolto e quali pericoli potrebbero danneggiare chi lavora da solo.

Cosa devi fare:

  • formare, supervisionare e monitorare i lavoratori isolati;
  • tenersi in contatto con loro e rispondere a qualsiasi incidente.

Quando un lavoratore isolato si troverà sul posto di lavoro di qualcun altro, è necessario chiedere a tale datore di lavoro eventuali rischi e misure di controllo per assicurarsi che siano protetti.

Rischi da considerare

I rischi che colpiscono particolarmente i lavoratori isolati includono:

  • violenza sul posto di lavoro;
  • stress e salute mentale o benessere;
  • l’idoneità medica di una persona per lavorare da sola;
  • il luogo di lavoro stesso, ad esempio se si trova in una zona rurale o isolata.

Lavoro ad alto rischio

Alcuni lavori ad alto rischio richiedono almeno un’altra persona. Questo include il lavoro:

  • in uno spazio ristretto, dove potrebbe essere necessario un supervisore, insieme a qualcuno con un ruolo di soccorso;
  • vicino a conduttori di elettricità sotto tensione;
  • nelle operazioni di immersione;
  • nei veicoli che trasportano esplosivi;
  • nei luoghi esposti a fumigazione.

Lavorare da casa

Hai le stesse responsabilità in materia di salute e sicurezza per i lavoratori a domicilio e la stessa responsabilità per incidenti o infortuni degli altri lavoratori.

Ciò significa che è necessario fornire supervisione, istruzione e formazione, nonché implementare misure di controllo sufficienti per proteggere il lavoratore a casa.

3. Violenza

Il lavoro isolato non sempre significa un rischio maggiore di violenza, ma rende i lavoratori più vulnerabili a essa. La mancanza di supporto nelle vicinanze rende più difficile per loro prevenire un incidente.

L’Health and Safety Executive (HSE) definisce la violenza come “qualsiasi incidente in cui una persona viene abusata, minacciata o aggredita in circostanze relative al proprio lavoro“, comprese le minacce verbali.

Alcuni dei principali rischi di violenza sul posto di lavoro includono:

  • lavoro in tarda serata o la mattina presto, quando sono presenti meno lavoratori;
  • lavoratori isolati, come il personale di sicurezza, che hanno autorità sui clienti e applicano le regole;
  • persone affette da alcol o droghe;
  • trasportare denaro o attrezzature di valore.

Supporto e formazione

Mettere in atto misure per sostenere qualsiasi lavoratore che abbia subito violenze. I lavoratori possono fare la loro parte identificando e segnalando gli incidenti.

La formazione in materia di sicurezza personale o prevenzione della violenza aiuterà i lavoratori:

  • riconoscere le situazioni in cui si sentono a rischio;
  • utilizzare tecniche di risoluzione dei conflitti o avere la possibilità e il supporto per (n.d.r.) lasciare il posto di lavoro.

Impatto della violenza e come prevenirla

L’impatto della violenza può portare a lesioni fisiche e stress da lavoro, che possono avere effetti gravi e a lungo termine sulla salute fisica e mentale dei lavoratori.

La violenza può anche portare a un elevato turnover del personale, bassa produttività e danni alla reputazione aziendale.

4. Stress e altri fattori di salute

Stress, salute mentale e benessere

Il lavoro da soli può causare stress da lavoro e influire sulla salute mentale delle persone.

Gli standard di gestione dello stress di HSE includono l’importanza delle relazioni con e del supporto di altri lavoratori.

Essere lontani da manager e colleghi potrebbe rendere difficile ottenere un supporto adeguato.

Restiamo in contatto

Mettere in atto procedure che consentano il contatto diretto con il lavoratore isolato in modo che il suo manager possa riconoscere i segni di stress il prima possibile.

Se il contatto è scarso, i lavoratori possono sentirsi scollegati, isolati o abbandonati. Ciò può influire sulle loro prestazioni e potenzialmente sui livelli di stress e sulla salute mentale.

Ciò può tradursi anche nell’affidarsi a esperti esterni (psicologo del lavoro), in presenza o tramite sportelli di supporto dedicati (n.d.r.)

Lavorare da solo con una condizione medica

Se, come datore, non sei sicuro che le condizioni di salute di qualcuno indicano che è sicuro lavorare da solo, consulta preventivamente il medico del lavoro o un medico. Pensa sia al lavoro di routine che alle possibili emergenze che possono imporre ulteriori oneri fisici e mentali al lavoratore isolato.

Pronto soccorso ed emergenze

Metti in atto procedure di emergenza e forma i lavoratori isolati su come utilizzarle.

La tua valutazione del rischio potrebbe indicare che i lavoratori isolati dovrebbero:

  • trasportare attrezzature di primo soccorso;
  • ricevere una formazione di primo soccorso, compreso come usare il primo soccorso su se stessi;
  • avere accesso ad adeguate strutture di pronto soccorso.

Le procedure di emergenza dovrebbero includere indicazioni su come e quando i lavoratori isolati dovrebbero contattare il loro datore di lavoro, compresi i dettagli di eventuali numeri di contatto di emergenza.

Monitorare la salute dei lavoratori solitari

Alcuni lavoratori isolati possono avere rischi specifici per la loro salute. Ad esempio, i conducenti di mezzi pesanti solitari hanno elevate esigenze fisiche e mentali a loro carico, con lunghi periodi al volante. È necessario monitorare la loro salute e adattare il lavoro dei conducenti per tenere conto di eventuali esigenze di salute specifiche.

5. Formazione, supervisione e monitoraggio

Formazione

È più difficile per i lavoratori isolati ricevere aiuto, quindi potrebbero aver bisogno di ulteriore formazione. Questa, dovrebbero comprendere eventuali rischi nel loro lavoro e come controllarli.

La formazione è particolarmente importante:

  • dove c’è una supervisione limitata per controllare, guidare e aiutare in situazioni incerte;
  • nel consentire alle persone di far fronte a situazioni inaspettate, come quelle che coinvolgono la violenza.

Dovresti stabilire dei limiti su ciò che può essere fatto mentre si lavora da soli. Assicurati che i lavoratori siano:

  • competenti per affrontare i requisiti del lavoro;
  • addestrati all’uso di qualsiasi soluzione tecnica;
  • in grado di riconoscere quando dovrebbero ricevere supporto.

Supervisione

Basa i tuoi livelli di supervisione sulla valutazione del rischio: maggiore è il rischio, maggiore sarà la supervisione di cui avranno bisogno. Ciò dipenderà anche dalla loro capacità di identificare e gestire i problemi di salute e sicurezza.

La quantità di supervisione dipende da:

  • i rischi coinvolti;
  • la capacità dei lavoratori di identificare e gestire problemi di salute e sicurezza.

All’inizio è una buona idea che un nuovo lavoratore sia supervisionato se:

  • è in fase di addestramento;
  • deve svolgere un lavoro con rischi specifici;
  • deve affrontare nuove situazioni.

Monitoraggio e mantenersi in contatto

E’ opportuno monitorare i propri lavoratori isolati e restare in contatto con loro. Assicurati che comprendano tutti i sistemi e le procedure di monitoraggio che utilizzi. Questi possono includere:

  • il “quando” i supervisori dovrebbero visitare e osservare i lavoratori isolati;
  • il “dove”: ovvero sapere dove si trovano i lavoratori isolati, con contatti regolari a intervalli prestabiliti, utilizzando telefoni, radio, e-mail, ecc
  • altri dispositivi per dare l’allarme, azionati manualmente o automaticamente;
  • un sistema affidabile per garantire che un lavoratore isolato sia tornato alla propria base una volta completato il proprio compito.

Testare regolarmente questi sistemi e tutte le procedure di emergenza per garantire che i lavoratori isolati possano essere contattati se viene identificato un problema o un’emergenza.

Quando la prima lingua dei lavoratori non è la lingua madre parlata in azienda

I lavoratori isoalti, al di fuori della propria nazione, possono incontrare rischi non familiari, in una cultura del lavoro molto diversa da quella del proprio paese.

È necessario assicurarsi che abbiano ricevuto e compreso le informazioni, le istruzioni e la formazione necessarie per lavorare in sicurezza.


6. Lavoratori isolati: la vostra salute e sicurezza

Sei un lavoratore isolato se lavori da solo senza una supervisione stretta o diretta.
Cosa deve fare il tuo datore di lavoro.

Il tuo datore di lavoro ha doveri specifici per proteggerti come lavoratore isolato. Questo vale anche se lavori per loro come appaltatore, libero professionista o lavoratore autonomo.

Cosa devi fare

Come ogni lavoratore, devi prenderti cura della tua salute e sicurezza e di quella degli altri che potrebbero essere danneggiati dalle tue azioni sul lavoro.

Devi collaborare con i tuoi datori di lavoro e altri lavoratori per aiutare tutti ad adempiere ai propri doveri previsti dalla legge.

Scopri se la legge sulla salute e la sicurezza si applica anche se sei un lavoratore autonomo.

Come segnalare eventuali dubbi

Se sei preoccupato per i rischi per la salute e la sicurezza per te come lavoratore isolato, parla con:

  • il tuo datore di lavoro
  • un manager o un supervisore
  • un rappresentante per la salute e la sicurezza
  • uno psicologo del lavoro (n.d.r.)
06Mag

STRESS E RIENTRO SUL POSTO DI LAVORO NELLA FASE 2 COVID-19

La prestigiosa rivista medica JAMA, in un suo articolo recente “The Mental Health Consequences of COVID-19 and Physical Distancing. The Need for Prevention and Early Intervention” , ha evidenziato che il distanziamento sociale prolungato potrebbe portare a dover affrontare problemi psicologici importanti[1], come la cosiddetta Sindrome da Stress post-traumatico così come anche accentuati problemi di ansia, depressione e abuso di sostanze. Il punto di partenza è che ad oggi non sono presenti in letteratura studi corposi riguardo l’isolamento sociale prolungato, tuttavia sono presenti dati piuttosto consistenti relativamente agli effetti psicologici delle calamità o periodi di crisi su vasta scala. È qui che si inserisce sicuramente la fase 2 della crisi COVID-19, ovvero in un momento dove si avvertono le minacce e le conseguenze dello stop, seppur temporaneo, delle attività economiche.
La sindrome da stress post traumatico, definita anche come disturbo o letteralmente disordine (Post Traumatic Stress Disorder, PTSD) è un quadro sintomatico specifico, riconoscibile ed è inserito nei manuali diagnostici. Si tratta appunto di qualcosa che si manifesta in conseguenza a una lunga esposizione allo stress postraumatico, in cui la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte o più semplicemente una minaccia all’integrità fisica propria o di altri.
Guardando alla sintomatologia si possono riconoscere delle caratteristiche distintive, infatti si parla di:
● Immagini, pensieri, o percezioni, talvolta incubi e sogni spiacevoli.
● Agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando.
● Disagio psicologico intenso o forte reattività fisiologica all’esposizione verso fattori scatenanti interni o esterni che richiamano o assomigliano agli elementi dell’evento traumatico.
● Evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma e attenuazione della reattività generale.
● Difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno.
● Irritabilità o scoppi di collera.
● Difficoltà a concentrarsi.
● Ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme.
Come si può notare si tratta di sintomi molto trasversali che spesso possono dare l’impressione di essere legate a situazioni più contingenti, si pensi alla difficoltà a concentrarsi, all’ipervigilanza e all’irritabilità.
Tutto ciò potrà essere presente anche sul posto di lavoro, ricollegandosi anche ad altri fenomeni come l’assenteismo, maggiori richieste di malattia, maggior irritabilità, fenomeni violenti e anche a uno “strano” disagio diffuso.

Bisogna in ogni caso sottolineare che la Fase 2 della gestione della crisi COVID-19 è una condizione nella quale la crisi sanitaria non è del tutto superata e con la quale bisognerà convivere ancora per un tempo indefinito. Questo per indicare che esiste una condizione di “convivenza forzata” con il problema del contagio, fungendo ovviamente da stimolo ansiogeno.
Per poter gestire efficacemente il rientro e la riapertura delle attività lavorative in sicurezza è necessaria una consapevolezza sia sul piano individuale, sia su quello organizzativo dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro. Ricordiamo che i rischi psicosociali derivano da inadeguate modalità di progettazione, organizzazione e gestione del lavoro e da un contesto lavorativo socialmente mediocre e possono avere conseguenze psicologiche, fisiche e sociali negative, come stress, esaurimento o depressione connessi al lavoro[2] .
Infatti è possibile intervenire o creare un insieme di strategie per limitare gli effetti stressogeni che la situazione si porta appresso per sua natura, ed anche gestire efficacemente le situazioni di stress individuale e organizzativo che ne derivano.
Vediamo alcune semplici indicazioni che possono essere da stimolo-guida all’interno delle organizzazioni per supportare il benessere psicologico al suo interno.

1. Aumentare la comunicazione interna
Informare i collaboratori e condividere le strategie adottate per impedire il contagio all’interno dell’azienda. Questo è un primo passo per lenire l’ansia da ritorno, ma non solo poiché lavorare sulla comunicazione interna ha dei vantaggi molteplici: creare e/o rinforzare un sistema efficace ed efficiente di trasmissione delle informazioni (sia in termini di mezzi che di contenuti) assicurandosi che il flusso comunicativo sia effettivamente recepito dai vari target; gestire le persone come veri e propri “clienti interni”; sviluppare la motivazione e la proattività individuale e di gruppo; migliorare le relazioni interne sviluppando il senso di appartenenza e fiducia; favorire l’approvazione e l’accettazione delle scelte aziendali da parte dei collaboratori; implementare una cultura e un clima di condivisione degli obiettivi comuni; gestire al meglio le situazioni di crisi management; ridurre la conflittualità[3] .

2. Identificare persone di responsabilità
Identificare una persona o un team che sia responsabile della comunicazione riguardo la sicurezza e la salute dei collaboratori e anche delle nuove modalità di lavoro. Questo rappresenta un primo livello di garanzia all’interno dell’impresa, in quanto va a identificare le persone chiave per una comunicazione interna efficace. Qualsiasi intervento in emergenza, e ricordiamolo le aziende sono in emergenza anche in Fase 2, presuppone l’individuazione dei leader di comunità, ovvero di quelle figure di riferimento riconosciuti da una certa comunità, con i quali interloquire per arrivare a tutta la comunità. Nel caso in questione, si dovrebbero identificare, all’interno del contesto aziendale, i leader comunicativi, ovvero quelle persone riconosciute informalmente come punti di riferimento a cui chiedere informazioni o notizie. Ciò renderebbe la comunicazione interna più fruibili e più accettata “dal basso”.

3. Avvalersi della collaborazione di uno o più professionisti esterni
Avere un punto di vista esterno facilita l’individuazione di quei punti critici che spesso risultano camuffati o sommersi. In questi casi i professionisti esterni possono “leggere” la realtà aziendale in modo più oggettivo in modo da intervenire più efficacemente, in base alle specifiche competenze. Ad esempio, spesso le difficoltà non vengono condivise all’interno dei gruppi di lavoro, specie se si tratta di disagi che hanno uno sfondo psicologico. Questi disagi spesso si manifestano come rabbia, frustrazione, svogliatezza e scarsa attenzione alla sicurezza.

4. Implementare strategie di gestione dello stress
Lo stress ha molteplici forme, sia fisiche che mentali, basti pensare ai turni di lavoro, ai rapporti con i colleghi, alle paure legate alla vicinanza fisica. Lo stress rientra nei rischi psicosociali presenti in azienda e l’esposizione prolungata a stimoli stressanti rappresenta un fattore potenziale di rischio per molte patologie, incluse quelle psichiatriche o cardiovascolari. Per questa ragione, prima che questo stato si cronicizzi in una forma “invalidante”, è importante mettere in atto azioni strategiche che possano ripristinare una condizione di equilibrio psicofisico e che possano darci la sensazione di aver recuperato il ‘controllo’ della situazione. Da alcuni studi si rileva che, rispetto ad altre situazioni di emergenza sanitaria come per esempio le catastrofi naturali, i fattori di rischio che possono contribuire ad accrescere lo stress psicofisico degli operatori durante un’epidemia sono proprio l’isolamento sociale, dovuto alle misure di distanziamento e quarantena o in alcuni casi alla discriminazione, e l’assenza del sostegno familiare a causa del pericolo di contagio[4].
La ripartenza nella Fase 2 presuppone un coinvolgimento attivo dei dipendenti nella progettazione di strategie efficaci per la gestione dello stress[5] : a) comunicare apertamente: invece di costringere i dipendenti a indovinare cosa potrebbe essere in serbo per loro, è opportuno essere assolutamente chiari sulle azioni strategiche da mettere in atto; b) condividere il dolore: se si stanno effettuando tagli per ridurre le perdite di posti di lavoro, è opportuno dare l’esempio e fare tagli che incidono anche sul quotidiano della dirigenza; c) ascoltare le idee dei dipendenti: è fondamentale chiedere ai dipendenti di esprimere le proprie idee, ciò migliorerà il clima e il commitment; d) rivedere tutte le opzioni (anche quelle meno convenzionali): prima di arrivare al licenziamento, sarebbe opportuno considerare tutte le opzioni, anche quelle non ovvie per ridurre i costi; e) agire in modo saggio: controllare ciò che avviene sia all’interno, sia all’esterno dell’azienda in modo da “anticipare i tempi” per riadattare in modo snello la propria idea di business.

In conclusione, le sfide imposte da questa pandemia ci stanno mostrando solo la punta dell’iceberg. Mai come ora è opportuno mantenere calma, analizzare le proprie risorse, riadattare i propri obiettivi e fare rete. L’emergenza è il caos che irrompe nel nostro cosmos, è la destrutturazione della rete, l’unico modo fattibile e sostenibile per affrontare il caos è rispolverare e valorizzare le competenze. Rinnovarsi, letteralmente innovarsi di nuovo, vuol dire apprendere cose nuove e ciò è possibile e fattibile solo se ci si rivolge alle competenze.

[1] https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/fullarticle/2764404

2]https://osha.europa.eu/it/themes/psychosocial-risks-and-stress

[3] Cfr. Cocco, G. (2012) “La Comunicazione interna. Strategie e strumenti psicosociologici per le organizzazioni motivanti”. Il Mulino.

[4]https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-gestione-stress-operatori

[5]https://hbr.org/2020/03/the-coronavirus-crisis-doesnt-have-to-lead-to-layoffs

30Apr

DONNE & SMART WORKING AI TEMPI DELL’EMERGENZA SANITARIA

A causa dell’emergenza sanitaria provocata dal Covid-19 e del conseguente obbligo di rimanere in casa tutte le nostre abitudini sono state completamente stravolte. La precedente quotidianità è ormai uno sbiadito ricordo: nel giro di pochissimo tempo ci è stato imposto un cambiamento che ha coinvolto tutti gli aspetti delle nostre vite. Fra questi è il lavoro ad aver subito, per molti, una metamorfosi radicale. Solo alcuni lavoratori hanno potuto continuare la loro attività garantendo la continuità di alcuni servizi essenziali nonostante le numerose complicazioni. Altri invece, a causa dell’arresto forzato di alcune attività, non hanno avuto la possibilità di proseguire il loro lavoro, mentre solo alcuni hanno adottato il cosiddetto smart working per condurre ugualmente la loro professione.

 

In realtà, ciò che si è verificato per molti non ha coinciso con un vero e proprio smart working, quanto piuttosto con una sorta di telelavoro improvvisato con i mezzi a disposizione in queste circostanze. Sebbene già in molti abbiano una certa confidenza con questa modalità di lavoro, in alcuni casi le limitazioni tecnologiche e l’inesperienza rappresentano un autentico ostacolo. Lo smart working prevede infatti una vera e propria riorganizzazione del lavoro, che va ponderata e soprattutto organizzata con precisione. Avere un computer connesso in rete non equivale a operare in modalità smart working. Alla disorganizzazione e ai limiti tecnologici si aggiunge, inoltre, un’altra complicazione ovvero la convivenza forzata con i componenti del proprio nucleo familiare. Portare avanti il lavoro dalla propria abitazione se è affollata non è affatto semplice.
La questione coinvolge in particolar modo le donne lavoratrici poiché spesso sulle loro spalle grava, oltre all’obbligo professionale, l’impegno del funzionamento dell’intero sistema familiare. In altre parole generalmente una donna non si occupa solo del proprio lavoro, ma anche dell’organizzazione familiare e dell’economia domestica (per esempio la preparazione dei pasti e la cura della casa), ricoprendo un ruolo di responsabilità nei confronti degli altri membri della famiglia. Riuscire a gestire contemporaneamente tutte queste incombenze non è semplice; al contrario occorre un impegno notevole.
Valore D (associazione che si impegna per l’equilibrio di genere in Italia) ha indagato sul mondo del lavoro in Italia in questo periodo di emergenza sanitaria. “L’indagine #IOLAVORODACASA condotta su oltre 1300 lavoratori conferma che in questo periodo le aziende sono ricorse ad un uso massiccio dello smart working (oltre il 93% degli intervistati sta infatti lavorando da casa). Emerge quindi che, in questo periodo, 1 donna su 3 lavora più di prima e non riesce, o fa fatica, a mantenere un equilibrio tra il lavoro e la vita domestica. Inoltre la ricerca conferma che la responsabilità della cura familiare continua a gravare in prevalenza sulle donne.”
Nonostante le difficoltà è possibile agevolare questa situazione, mettendo in atto qualche accorgimento. Innanzitutto c’è la necessità di compiere una riorganizzazione, proprio come se la famiglia fosse una piccola azienda. Per prima cosa è necessario predisporre uno spazio fisico all’interno della propria abitazione che sarà delegato esclusivamente alla postazione lavorativa. Allo stesso modo ci sarà bisogno di comunicare ai familiari che determinati orari della giornata saranno destinati al lavoro e quindi eventuali richieste non impellenti dovranno attendere. Avere uno spazio sia fisico che temporale ben delineato da dedicare al lavoro aiuta a migliorare l’equilibrio tra vita privata e lavorativa.
Si può rivelare conveniente instaurare una routine quotidiana: avere degli orari, seppur flessibili, da destinare al lavoro permette di dedicare altri momenti della giornata ai restanti impegni (per esempio la cura della casa, la preparazione dei pasti, ma anche il tempo da passare semplicemente in compagnia dei bambini e in generale dei propri familiari). In questo momento occorre inoltre considerare la possibilità di delegare ad altri alcune delle incombenze domestiche. Per esempio la chiusura delle scuole e la sospensione di molte attività, consente alle mamme di lasciare che siano i figli oppure i partner a occuparsi di alcune delle attività di gestione della casa. In questo modo aiuteranno a diminuire il carico di lavoro da svolgere attraverso un’occupazione temporanea.
Inoltre è importante affrontare la giornata lavorativa con entusiasmo, assicurandosi di avere un aspetto ordinato soprattutto nel caso in cui sia richiesta la presenza in videoconferenza. Allo stesso modo si rivela utile concedersi qualche piccola interruzione durante le ore destinate al lavoro: una pausa caffè o un breve cambio di attività faranno in modo che si torni alla postazione lavorativa con più energia.
Una volta riorganizzata la propria routine si può approfittare dei ritagli di tempo ottenuti per concedersi dei momenti in cui svolgere attività piacevoli che aiutino ad affrontare nel miglior modo possibile questo periodo. Si può scegliere di dedicare del tempo a un hobby, da praticare in autonomia o in compagnia, all’esercizio fisico o alle relazioni sociali. Tra le misure restrittive adoperate per fronteggiare l’emergenza sanitaria in atto, infatti, il distanziamento sociale è sicuramente la più rilevante. È quindi molto importante il mantenimento dei rapporti sociali anche se in forma digitale: è vitale concedersi di tanto in tanto un “caffè virtuale” con amici o colleghi. Gli appuntamenti in rete sostituiscono gli incontri dal vivo e diventano un’opportunità per allentare la tensione di queste giornate.
Non è possibile prevedere con certezza come si evolverà l’attuale emergenza sanitaria e quali saranno le conseguenze sulle nostre abitudini, ma possiamo cercare di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e possiamo adattarci ai cambiamenti riorganizzando le nostre vite. 

Tutto ciò può essere riassunto in una sola parola: resilienza!

19Apr

SMART WORKING: STRATEGIE MANAGERIALI PER ACCRESCERE MOTIVAZIONE E PRODUTTIVITÀ

Il lavoro da remoto (detto anche lavoro agile oppure smart working quando permette al lavoratore la scelta di tempi e luoghi di lavoro) è una modalità di lavoro in cui il dipendente svolge la sua attività lavorativa dalla propria abitazione oppure da un altro luogo che non sia la sede di lavoro aziendale, attraverso strumenti informatici che ne permettono la dislocazione. Proprio come il lavoro presso la sede aziendale può essere sia full time che part time, sia da dipendente che free lance, poiché non rappresenta un tipo di contratto bensì una modalità di svolgimento della professione: ovviamente non tutti gli incarichi possono essere svolti in questa maniera, ma negli ultimi anni molte aziende hanno optato per questo tipo di scelta.

Questa forma di lavoro esiste già da molti anni e le motivazioni che portano a una preferenza del lavoro agile possono essere le più svariate, tuttavia nel 2020 molti lavoratori hanno dovuto ricorrere improvvisamente a questa modalità di lavoro, data la permanenza obbligatoria in casa e all’impossibilità di raggiungere l’abituale sede di lavoro a causa dell’emergenza coronavirus e delle misure restrittive relative ad essa. Non tutti i lavoratori sono quindi avvezzi a questa forma di impiego. Ciò può determinare non poche difficoltà che sono dovute soprattutto alla necessità di abituarsi nel minor tempo possibile a un nuovo modo di gestire il proprio lavoro. Lo stesso vale per i datori di lavoro e per i manager, i quali devono organizzare e gestire un team non fisicamente presente in azienda, cercando di mantenere gli stessi risultati in termini di produttività e motivazione dei propri dipendenti.

Nonostante le difficoltà insite in questa fase di passaggio e di adattamento alla nuova situazione lavorativa, il lavoro da remoto può portare numerosi vantaggi se gestito in maniera opportuna sia da parte dell’azienda che del singolo lavoratore. Innanzitutto esso comporta una sostanziale riduzione dei costi legati al mantenimento della sede lavorativa e allo spostamento del lavoratore, ma anche una maggior soddisfazione da parte del dipendente, il quale può gestire in autonomia i propri tempi di lavoro e raggiungere un miglior equilibrio lavoro/vita privata. Inoltre, non essendoci la necessità di recarsi fisicamente in un luogo specifico, si apre la strada a un mercato di lavoro globale. Il presupposto per realizzare questa impresa è, sicuramente, che gli impiegati siano in possesso degli strumenti adeguati per poter svolgere la propria professione senza la necessità di recarsi in un luogo specifico.

Benché i vantaggi offerti dal lavoro agile siano numerosi, è opportuno saper far fronte alle problematicità tipiche di questa condizione: la mancanza del contatto personale (soprattutto nel lavoratore che non è abituato allo smart working) può causare difficoltà comunicative e può indurre il lavoratore a non sentirsi parte del team; può provocare, inoltre, malintesi e imprecisioni determinando una conseguente riduzione della produttività e un rallentamento delle tempistiche. Più in generale c’è il rischio di una vera e propria inesperienza da parte del lavoratore nell’organizzazione in autonomia del proprio lavoro. Pertanto è giusto tenere sempre alta l’attenzione e non abbandonare mai il proprio staff: al contrario c’è bisogno di una presenza costante e sicura per tutti.
Come prima cosa, per la riuscita del lavoro da remoto bisogna assicurare una chiara definizione dei ruoli e delle responsabilità: ognuno dei lavoratori deve conoscere non solo il ruolo che ricopre all’interno dell’organizzazione aziendale, ma anche la funzione rivestita da ciascuno dei suoi colleghi, in modo tale che ciascuno sappia chi contattare nel caso riscontrasse delle difficoltà. Allo stesso modo andranno definiti ed esposti in maniera chiara anche i programmi e le scadenze, affinché tutti sappiano non solo quali sono gli obiettivi da raggiungere, ma anche i tempi e le modalità con cui saranno portati a termine. L’obiettivo è di far sentire ognuno come parte di un piano più grande al quale partecipa con la propria attività: un impegno comune in vista di un risultato chiaro e definito da raggiungere.
Non è sufficiente limitarsi a dare spiegazioni, ma bisogna essere certi che ciascuno comprenda tutte le informazioni: a tal fine è buona pratica chiedere costantemente dei feedback, così da verificare la comprensione delle comunicazioni. Lo staff va informato costantemente sui risultati raggiunti e sui nuovi obiettivi da perseguire, rendendo noti sia i successi che i fallimenti, nonché le nuove strategie da adottare.
Uno strumento importante al fine di creare la coesione all’interno del gruppo di lavoro sono gli incontri costanti con tutto il team attraverso riunioni ‘social’. Proprio come lo staff si riunisce periodicamente tramite le riunioni in azienda, così si possono programmare degli incontri collettivi da svolgere regolarmente online (ad esempio una volta a settimana), durante i quali discutere gli obiettivi da raggiungere e le modalità attraverso le quali farlo. In tal modo è offerta a tutti la possibilità di esprimere le proprie idee. Questi momenti di gruppo possono essere sfruttati anche per svolgere delle attività ricreative insieme al proprio team (per esempio dei giochi online o dei quiz a tema), sempre al fine di promuovere l’unità di gruppo, elemento difficile da mantenere in situazioni determinate dalla distanza fisica.
Oltre ai meeting si possono organizzare anche degli incontri singoli con ciascun impiegato, al fine di garantire un momento all’interno del quale esprimersi, chiarire eventuali dubbi o discutere individualmente delle difficoltà riscontrate. Ciò consente di supportare il singolo nello svolgimento del proprio lavoro nel modo migliore. Sicuramente uno dei vantaggi dello smart working è costituito dal fatto che il lavoratore è libero di organizzare il proprio lavoro come preferisce. Non tutti però sono capaci di organizzarsi in autonomia, soprattutto se non sono abituati a farlo: questi incontri a due sono l’occasione giusta per verificare che il lavoratore abbia le idee chiare e, se così non fosse, rappresentano il momento adeguato per guidarlo e sostenerlo nell’organizzazione del proprio operato.
Infine un argomento importante è il monitoraggio dei risultati, il quale non va affrontato con sufficienza per diverse ragioni: innanzitutto i risultati raggiunti dal singolo e dal gruppo possono rappresentare, se comunicati in maniera corretta, uno stimolo al miglioramento; inoltre si possono offrire ai lavoratori delle concrete opportunità di crescita. Il lavoro da remoto, infatti, non esclude che ci siano occasioni di avanzamento di carriera proprio come nel lavoro in azienda.
In conclusione il lavoro da remoto, sebbene sia una novità spiazzante e sconosciuta per alcuni, è una modalità di lavoro che esiste già da tempo e che, quando è ben organizzato, può condurre a ottimi risultati. Senz’altro esso richiede buone capacità di innovazione e di adattamento nel lavoratore, fortunatamente si tratta di qualità di cui chiunque può disporre in qualunque luogo di lavoro lo conduca la scelta o la necessità.

12Apr

LA CRISI ECONOMICA LEGATA ALLA CRISI SANITARIA COVID-19: COSA STA ACCADENDO E COSA ACCADRA’

Cosa sta accadendo alla nostra economia con la crisi sanitaria del Covid19? E dopo?
Queste domande hanno attraversato e attraversano la mente di tutti.
Recentemente due docenti della London Business School (Paolo Surico e Andrea Galeotti) hanno reso pubbliche alcune riflessioni su ciò che sta accadendo da un punto di vista sanitario ed economico in Europa e nei paesi extraeuropei.
Vogliamo qui riassumere almeno in una forma introduttiva le riflessioni proposte integrandole con altri dati di ricerca.

Le difficoltà economiche sono ovviamente legate alla diffusione del virus, come sua conseguenza indiretta, infatti all’aumentare della diffusione del contagio diminuisce la possibilità di mobilità delle persone e aumentano le attività che vengono chiuse per ragioni di sicurezza.
Diventa quindi prioritario premettere che la crisi economica segue quella sanitaria ed è molto probabile che potrà prolungarsi anche quando questa sarà terminata. In particolare le scelte fatte per arginare il problema sanitario, ad oggi, sono fortemente impattanti in quanto non è ancora disponibile un vaccino e neppure una cura che sia chiaramente efficace, rendendo quindi il contenimento dell’epidemia un effetto del solo distanziamento sociale e dell’isolamento dei focolai infetti.

Da qui è possibile partire per prefigurarsi uno scenario sulla base dei dati attualmente in possesso della comunità scientifica. Bisogna tenere conto infatti che i primi dati sono già disponibili a partire dalle rilevazioni avvenute in Cina e, a seguire, in tutto il mondo.
Si tratta di dati riconducibili alla fine del primo trimestre poiché la crisi globale è esplosa a cavallo tra il primo e il secondo trimestre di quest’anno. Le previsioni vengono proposte sui dati di Gennaio-Marzo in una prospettiva di prolungamento temporale al secondo trimestre. Questi elementi consentono di definire le conseguenze economiche della pandemia dovuta al Covid19 almeno nel breve periodo.

In particolare è possibile identificare tre livelli chiari di analisi in una cornice di domanda-offerta:
• i costi economici
• il ruolo dell’incertezza
• il ruolo della liquidità
In questo frangente mi occuperò solo del primo punto perché più direttamente legato alle conseguenze della crisi sanitaria sul mercato del lavoro. Gli altri punti verranno ripresi in altri articoli.

I costi economici
Sulla base dei dati attualmente disponibili è possibile avere un quadro abbastanza completo di ciò che sta già accadendo oggi utilizzando alcuni semplici indicatori. I dati che saranno esposti sono verificabili e disponibili su now-casting.com e tutte le istituzioni che fanno riferimento al metodo di ricerca fondato da Giannone e Reichlin.
Per quanto riguarda la crescita economica di Cina, Italia e area Euro si può notare che la crescita è già negativa sul finire di marzo, con una penalizzazione più evidente per l’Italia (-6%), così come mostrato in Figura1.
(Il dato cinese è già annualizzato mentre per Europa e Italia bisogna moltiplicare il dato per 4 come indicato nella Figura 1)

I dati rappresentano una stima giorno dopo giorno sulla base di dati macroeconomici ma anche di informazioni economiche che giungono da istituti privati o dichiarazioni e indicatori sociali. Questi dati sono confermati dall’andamento dei mercati azionari che, se considerati come termometro della fiducia verso il futuro, mostrano una flessione cumulativa a partire dall’inizio fino alla fine di Marzo andando dal -10% della Cina (SSEC) al -30% dell’Italia (FTSE).
I settori più in difficoltà sono quelli relativi alla ristorazione e ai viaggi, dove i primi hanno mostrato una flessione uniforme praticamente del 100% rispetto all’inizio del primo trimestre dell’anno in gran parte dei paesi del mondo e i viaggi una flessione differenziata che agli inizi di Marzo vedeva già una perdita di quasi il 100% dei voli da e per l’asia e del 14% da e per gli USA (fonte forwardkeys.com).

Sul piano dei consumi, in un’ottica più ampia, diverse ricerche hanno evidenziato che in fase di crisi o di preoccupazione sull’andamento economico di un paese, si manifesta una propensione delle famiglie con capacità di spesa a differire l’acquisto di beni durevoli e a cercare di investire in beni rifugio come l’oro, così come sta avvenendo nell’ultimo periodo (attualmente l’oro è poco sopra al 1600 $ per troy once che corrispondono a circa 48-€/gr).
Tale comportamento è dovuto alla previsione che la liquidità avrà una maggiore rilevanza rispetto ai beni anche perché si prevede una mancanza di occupazione e questa percezione non è errata. Secondo i dati del Us Bureau of Labor Statistics in America sono stati chiesti in poco più di un mese più di tre milioni di sussidi di disoccupazione a fronte di una richiesta media di seicentomila richieste.
Le stime attuali sul mercato del lavoro prevedono all’incirca 25 milioni di posti di lavoro persi nel mondo per l’anno in corso tanto che l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha pubblicato una nota sulla stima preliminare, “COVID-19 e il mondo del lavoro: impatto e risposte”. In questa nota l’OIL richiede misure urgenti, coordinate e su larga scala, ancorate su tre fronti di azione: proteggere i lavoratori, stimolare l’economia e l’occupazione, sostenere il lavoro e il reddito. Tali misure comprendono l’estensione della protezione sociale, il sostegno per mantenere il lavoro e sgravi finanziari e fiscali, anche per le micro, piccole e medie imprese.

La risposta dei governi
Quasi tutti i governi si sono orientati alla promozione dello smartworking in seguito al blocco delle attività produttive non essenziali.
Tra i dati disponibili spicca una ricerca che mette in relazione i settori produttivi e la loro possibilità di lavorare a distanza. In questi dati, esposti dal prof. Paolo Surico, è possibile già cogliere degli aspetti rilevanti per quanto riguarda l’evoluzione della crisi e i possibili settori su cui investire.

Nelle Figure 2 e 3 vengono mostrati i diversi settori produttivi dove sono presenti anche un triangolino verde e un pallino blu. Il triangolino verde indica il numero in milioni di persone che sono impiegate in quel settore mentre il pallino indica la quota di persone che può lavorare a distanza, all’interno del mercato americano.


Le conclusioni evidenti sono che i settori manifatturieri, vendita di prodotti al dettaglio, costruzione, estrazione, installazione e riparazione, produzione, turismo, trasporti e molti altri hanno pochissime possibilità se non nessuna di portare avanti il loro lavoro a distanza. Considerando il rapporto dei lavoratori impiegati nei diversi settori e la quota che può lavorare a distanza si scopre che quasi in tutti i settori il 50% non può lavorare a distanza portando immediatamente la stessa quota alla disoccupazione o al sussidio statale.
Dall’atra parte si può notare gli impieghi che hanno una percentuale più alta di lavoratori a distanza sono quelli che hanno già un reddito medio più alto lasciando presagire che la crisi economica accentuerà il divario tra ricchi e poveri.

Si può concludere che sicuramente nel breve ci sarà una difficoltà occupazionale e di redditività delle aziende e delle famiglie ma anche un rafforzamento dei settori che maggiormente possono operare.
In questo scenario di riferimento, una delle filiere sulle quali puntare per contenere gli effetti nefasti dell’attuale crisi e accelerare la ripresa post-pandemia Covid-19, è la filiera agroalimentare composta da un mix di agricoltura, industria alimentare, logistica/trasporti e commercio all’ingrosso e al dettaglio dedicati. Una filiera considerata da sempre strategica e di primo piano del nostro Made in Italy in termini di Pil, imprese, occupazione e esportazioni.
Non solo, il rafforzamento della digitalizzazione pone ancora nuovamente in evidenza le risorse e le necessità di investire sul settore informatico e dell’automazione che certamente vedranno delle richieste di ammodernamento delle infrastrutture virtuali già in essere.
Infine non è possibile escludere, in particolare in Italia, che la crisi sanitaria possa portare a un ripensamento del ruolo della sanità pubblica, con tutto ciò che gli ruota attorno come la formazione, l’industria farmaceutica e la ricerca medica.
Resta da comprendere meglio le dinamiche di domanda-offerta globali per poter “leggere” le opportunità e le criticità che il prossimo futuro ci riserva.

31Mar

COME AFFRONTARE UN COLLOQUIO DI LAVORO VIA SKYPE

In questi ultimi anni la pratica del colloquio via Skype sta prendendo piede molto velocemente, soprattutto per gestire le fasi iniziali della selezione, ma non sempre si è adeguatamente preparati ad affrontare questa tipologia di colloquio.

 

Le ragioni dietro la scelta di un colloquio via Skype sono molteplici: innanzitutto non richiede uno spostamento fisico, né da parte del selezionatore né del lavoratore, il che favorisce un risparmio economico e di tempo per entrambi. Questo aspetto rende lo svolgimento di un colloquio più pratico e semplice da un lato, ma spesso ci si trova impreparati poiché si trascurano alcuni importanti aspetti, sottovalutando l’importanza del momento rispetto al percorso di selezione: il colloquio di lavoro via Skype è un vero e proprio colloquio e determinerà l’eventuale proseguimento nel percorso di selezione.

Bisogna essere pronti ad affrontare un colloquio via Skype nel modo giusto, al fine di evitare di non sentirsi a proprio agio e quindi trasmettere al selezionatore la propria inadeguatezza, penalizzando la propria presentazione. Per fortuna però l’appuntamento per il colloquio viene sempre fissato in anticipo, dando modo al candidato di prepararsi in maniera adeguata.

  • PREPARAZIONE

Al fine di svolgere il colloquio nel miglior modo possibile è fondamentale essere preparati con il giusto anticipo: se non si è già in possesso di un account Skype è sicuramente il momento di aprirne uno, scegliendo un nome professionale (per esempio nome.cognome) ed una immagine adeguata (magari quella del Curriculum vitae, stile fototessera). 

La fase di preparazione comprende anche un aspetto tecnico, bisogna assicurarsi di avere una connessione internet stabile ed efficiente e di essere in possesso di una webcam ed un microfono funzionanti. A tal fine si può eseguire qualche test, magari con l’aiuto di un familiare o di un amico, prendendo in considerazione l’ipotesi di utilizzare degli auricolari durante il colloquio, i quali permetteranno di isolarsi dai rumori ambientali e miglioreranno la qualità del suono.

La scelta dell’ambiente dove avverrà il colloquio non va lasciata al caso: è preferibile scegliere una sistemazione nello studio o nel salotto, scegliendo uno sfondo che si addica all’immagine che vogliamo trasmettere al selezionatore e assicurandosi di avere la giusta luce (non troppo forte, ma nemmeno troppo debole).

 

Come l’ambiente, anche l’aspetto e l’abbigliamento vanno curati con attenzione, la scelta migliore in questo caso è quella di prepararsi come se ci si stesse preparando per svolgere un colloquio dal vivo, scegliendo un abbigliamento adatto alla posizione per la quale ci si è candidati e curando il proprio aspetto in modo da risultare in ordine.

Infine non è da sottovalutare l’importanza di raccogliere informazioni sulla posizione per la quale ci si è candidati: questo è un passaggio essenziale per la preparazione a qualunque tipo colloquio poiché permette di sentirsi più sicuri e di lascia intendere al selezionatore che si è realmente interessati alla posizione aperta.

  • SVOLGIMENTO

Quando il momento del colloquio via Skype sta per avvicinarsi, è buona norma collegarsi a Skype con circa una decina di minuti di anticipo e accertarsi di essere pronti sotto tutti i punti di vista.

Innanzitutto bisogna assicurarsi di aver creato il giusto ambiente: cercare di avere intorno a sé il minor numero di distrazioni possibili in questo momento è fondamentale (mettere in modalità silenziosa il cellulare, assicurarsi di non essere disturbati, ecc.). Può essere utile avere a portata di mano il proprio Curriculum vitae ed eventuale portfolio o materiale aggiuntivo presentato al momento della candidatura; infine avere carta e penna a portata di mano potrebbe rivelarsi pratico nel caso in cui ci sia bisogno di prendere qualche appunto.

Durante la chiamata Skype è importante assumere una posizione composta, ma soprattutto è fondamentale mantenere sempre il contatto visivo con l’interlocutore e la totale attenzione nei suoi confronti, non lasciandosi distrarre da stimoli esterni alla chiamata. Anche in questo caso è bene mostrarsi naturali, come se si stesse svolgendo un colloquio di lavoro dal vivo. Infine anche durante il colloquio via Skype è possibile porre delle domande all’intervistatore, facendo attenzione ad avere il giusto rispetto per i tempi della conversazione.

  • CONCLUSIONE

Nella fase conclusiva del colloquio si può chiedere con discrezione un feedback al selezionatore riguardo le fasi successive e le tempistiche della selezione.

Per concludere è molto importante non risolvere troppo frettolosamente la chiamata e assicurarsi di aver ringraziato per il tempo concesso e di aver salutato l’interlocutore.

Dopo la conclusione della chiamata, soprattutto se si è alle prime armi con i colloqui via Skype, è buona pratica prendersi un paio di minuti per analizzare la propria performance e annotare eventuali accorgimenti per la prossima volta.

E ora… In bocca al lupo!